RICORDANDO FRANCOISE COLLIN di Marisa Forcina

arton1993

A un’amica comune, che le aveva chiesto di riflettere e scrivere qualcosa per un progetto editoriale dove le foto del cimitero monumentale di Milano e le voci di scrittrici e filosofe si sarebbero intrecciate le une a commento delle altre , Françoise Collin aveva consegnato le parole che leggeremo. Parole che avevano il ritmo di una ballata e di una confessione mai totalmente esplicitata. Le era toccata in sorte, tra le trenta immagini in bianco nero scattate da Caterina Gerardi, quella di un angelo. Le altre erano tutte foto di donne di pietra, poste come quell’angelo a vegliare le tombe, in eterno.
Françoise non ha mai amato l’eterno o la sua immagine o la sua teorizzazione, non ha mai amato gli assoluti, come non ha mai amato tutto ciò che si presenta strutturalmente definito e concluso, a cominciare dalla politica o dalla filosofia o da un certo modo di intendere la religione.
Quell’angelo, eterno guardiano della morte, era altro rispetto agli angeli che collezionava o avrebbe voluto collezionare: angeli di porcellana o di vetro, uno di cartapesta glielo avevo regalato io, per la sua casa di Parigi. Lo aveva messo non dove ci si aspettava, sul comodino, ma lo aveva appeso sulla porta della cucina, con l’ironia con cui era solita accompagnare certi gesti che in assoluto le sarebbero sembrati troppo dichiarati. Lei, infatti, diffidava quasi con orrore dei gesti e delle filosofie assolute, candidate all’eternità o che avevano la pretesa di candidarsi all’espressione dell’assoluto. Lei era sempre pronta a un perpetuo dislocare, differire, e certamente a un perpetuo interrogare. Sapeva che lo spostamento rispetto ai canoni e ai luoghi dichiarati dai sistemi e dal potere produce sempre un effetto benefico. Al contrario dell’investimento diretto su qualcosa che si vuole determinare, come al contrario della rappresentazione di qualcosa di assoluto che fallisce quando si vuole che debba rendere conto e stabilire definitivamente qualcosa, al contrario di quando ci si allinea al pre-giudizio, di quando occupiamo solo gli spazi assegnati, Françoise era convinta che dei piccoli spostamenti provocano sempre delle grandi conversioni . Cercava i fermenti dell’arte nei luoghi dove i giovani artisti si riunivano, dove si discuteva e si sperimentava qualcosa; cercava i fermenti della politica dove le donne proponevano, tra incontri e parole, non tanto una postdemocrazia dove il diritto di voto continua ad essere il test della democrazia e dove ci si interroga solo quando il voto non va nel senso che ci aspetteremmo, ma dove le donne fondavano delle “petites Républiques” come le chiamava lei facendo eco ad Arendt e Rousseau. Cercava quelle piccole repubbliche piene di mondo comune, piuttosto che l’apologia di una grande democrazia che ci manca sempre di più.
Certamente cercava sempre un qualcosa di nuovo lì dove altri non si aspettavano di trovarlo, così cercava la filosofia nelle parole della scrittura, non nei concetti eretti a sistema. L’angelo sulla porta della cucina e non sul comodino era uno dei suoi tanti piccoli déplacements che amava, perché le piccole rivoluzioni fanno molto di più di quanto non lo facciano le grandi rivoluzioni che finiscono col tornare al punto di prima e a occupare sempre gli spazi di assegnati del potere . Sosteneva, invece, che le piccole rivoluzioni più spesso sono rivoluzioni simboliche, e sono enormemente più efficaci. Sono le più grandi rivoluzioni.
La sua collezione di angioletti non era un granché, anzi era più un’ipotesi o un proposito, qualcuno lo aveva perduto o rotto, ma come per i testi, collezioni di parole, amava non rendere conto degli iati, degli spazi bianchi che fratturano il testo, a cominciare da quello blanchotiano . Che si trattasse dei frammenti teorici o narrativi, di angioletti da appendere sulla parete o commentare, il suo gesto attestava sempre una discontinuità. Che è stato il suo modo della coerenza
Per il libro che Caterina Gerardi ha poi pubblicato con l’editore Milella di Lecce, con una continuità dis, con una continuità doppiata e fratturata, con una ripresa dell’inizio, che risaliva fino all’infanzia, aveva scritto il suo orrore per la fine, il suo orrore per le conclusioni e per tutto ciò che dogmatizza, a cominciare dalla religione. Al contrario della philosophia perennis il suo dire trovava nuovo dire e ogni volta diventava nuova presa, una ri-presa così nuova nella ripetizione non più dell’identico dire, ma che si convertiva usando le parole di prima e le trasformava in altre, differenti, con altro senso. Sempre, la sua era una ripresa e una conversione. Non dottrinale, religiosa o rituale; il suo non fu mai un cambio di pensiero, ma sempre un approfondimento fino all’estremo, fino alla sua estrema conversione. Fino a una ulteriore apertura.
La stessa che emerge da quanto scrisse di getto come appunto e nella forma di appunti, accanto alla foto che le aveva inviato Caterina Gerardi: «Les cimetières me font horreur depuis l’enfance. Depuis que j’y accompagnai ma sœur. J’avais six ans, elle en avait quatorze. Elle était morte. Je vivais. Tout est désormais de pierre et de cendre. Tout est faux de cette fausse paix des religions. L’ange fait l’ange. Les morts ont été balayés. La porte est obstinément fermée sur son secret, le jardin immobile, le ciel blanc. Seuls les mots continueront à courir. Le cimetière de Milan, je le traversai pourtant un jour d’un pas léger avec des amis qui venaient s’y recueillir sur une tombe, celle de leurs parents, au retour d’un colloque à Rome. Sur quoi le colloque? J’ai oublié. Nous avions roulé des heures à travers ce pays où tout est baigné d’une lumière si transparente qu’on finit par y croire à l’éternité. Celle de l’instant. Ici est le jardin de personne. Silence ».
E aveva firmato : Françoise Collin.
Poi la lettera che mi aveva mandato riprendeva: «Les cimetières me font horreur depuis l’enfance.Depuis que j’y accompagnai ma sœur. J’avais six ans. Elle en avait quatorze. Et elle était morte. Tout est inhumain, dans cette fausse paix de pierre des religions. La porte est fermée. Le jardin immobile. Du cimetière de Milan, je crois me souvenir. Autrement. Je me souviens au retour d’un colloque à Rome y avoir accompagné en voiture des amis qui venaient s’y recueillir sur la tombe de leurs parents. C’était dans la lumière de l’après midi. Nous avions roulé à travers l’Italie. Je n’ai pas vu l’enfant de pierre et la porte fermée. J’ai vu un paysage de vivants et de morts sous le même soleil couchant ».
Nella ri-presa, la luce del pomeriggio e il sole calante non erano più solo un ricordo vago. Il tramonto di luce in Italia le aveva fatto vedere il “mondo comune” di cui aveva tanto parlato nei suoi libri, e quel mondo comune non era solo il mondo dove non c’erano esclusi, il mondo potremmo dire, dei post-totalitarismi e della post-democrazia, ma era fatto di vivi e di morti. E se la falsa pace delle religioni aveva solo reso più crudele il dolore per la perdita di chi l’aveva presa per mano, se quella falsa pace non le aveva permesso di specchiarsi mai più in quella sorella più grande, se quella falsa pace le aveva inflitto il torto di continuare a vivere senza più rimando a quel suo di più, nella luce quella pace non era più falsa, si stendeva su un mondo comune fatto di vita e di morte.
Ad aprire la porta chiusa del giardino immobile era stata la luce che accarezza il disumano della falsa pace di pietra delle religioni. Sino a non farle più vedere il bambino di pietra. E se i cimiteri sin dall’infanzia hanno continuato a farle orrore e la morte ha continuato per lei ad essere inumana, tuttavia un accesso si era aperto nel giardino immobile. Si era riaperto nella ripetizione delle parole, quasi le stesse, ma che aprivano un piccolo varco quando una frase si aggiunge: «Seuls les mots continueront à courir. Nous avions roué à travers l’Italie. Dans ce pays ou tout est si baigné de lumière que 888 répondeur ».
Nel paese bagnato di luce sempre qualcuno risponde.
Amava il mio paese “bagnato di luce”e amava il sud, dove la luce è più intensa; amava Lecce dove la luce, che è quella del sud e dell’oriente, è ancora più intensa. Dove tutto può accadere o ripetersi per Mille e una notte. Dove lei aveva visto accennare passi di danza dietro le grate di una clausura, contagiata dal ritmo di una pizzica tarantata. Antichissima danza che seppe riconciliare la donna con gli dei; danza forse sconosciuta ad Aracne, condannata a vivere da ragno e per sempre tessere solo di bava. In questa terra del sud vide ballare filosofe austere in una notte più luminosa delle altre, quando il buio era luce e quando una ragazza cui era appena morta la madre fece rimbalzare il suo dolore nel suono forte del suo tamburello e nel movimento dei piedi che sembravano solo sfiorare la terra.
Erano movimenti e suoni di verità.
Françoise Collin, come nella ballata che aveva composto guardando la foto dell’angelo di pietra del cimitero di Milano, credeva che il gioco del simbolico non è solo dove le parole continuano a vivere e a correre, ma anche dove ci sono gesti di verità che aprono l’accesso al mondo comune e ovunque c’è rispondenza, ossia relazione, era certa ci fosse, se non religione, certamente un mondo comune che ci lega insieme. Nel comune etimo di re-lier si è sempre sentita a casa, persino quella volta che, per una serie di coincidenze, rimase a dormire nella stanza attigua alla chiesa del monastero leccese, una stanza, con una grande acquasantiera di marmo sormontata da un angelo anch’esso in marmo, una stanza che con la chiesa faceva tutt’uno. L’orrore della religione era lontano, nelle nostre risate sulla strana eppure generosa sistemazione che le monache avevano offerto.

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