PALAZZO DE NOBILI – TRA STORIA E LEGGENDA di Franca Fortunato

Gelso Bianco. Solo con gli sguardi e qualche volta con furtive lettere, che diventavano via via più affettuose, i due giovani potevano comunicare tra di loro. La notte del 5 novembre 1822, i fratelli di Rachele, Cesare, Domenico e Antonio, avendo sorpreso Saverio sotto il balcone di casa, che parlava con la sorella, gli spararono un colpo di fucile e, avendolo mancato, lo inseguirono, senza però raggiungerlo. Due giorni dopo, la sera del 7 novembre, il giovane Saverio partì a cavallo dirigendosi verso la Marina per non fare più ritorno: il suo cadavere venne poi rinvenuto nel canneto di Laudari. Il vecchio barone De Nobili, interrogato, dichiarò di non avere in casa armi e che i suoi figli erano fuori, a caccia, verso La Petrizia. La notizia dell’uccisione di Saverio si diffuse come il vento per la città e destò grande sgomento per l’atrocità del delitto e per i personaggi coinvolti. Chiamati a rispondere di omicidio premeditato, i tre fratelli si erano resi latitanti: dalla Petrizia, sulle rive del mar Jonio, con una barca a vela avevano raggiunto Corfù. Nel novembre 1832 la Gran Corte Criminale della Calabria Ulteriore Seconda, residente in Catanzaro, condannò Cesare e Domenico alla pena di morte, ed Antonio, che al tempo del delitto non aveva ancora 18 anni, alla pena dei ferri per 19 anni. Il giudizio d’appello si celebrò a Napoli e in difesa degli imputati parlò (oltre a Giuseppe Marini – Serra) Giuseppe Poerio, noto avvocato catanzarese, la cui arringa poderosa per costruzione retorica e per eloquenza, tuttora si conserva come un monumento di eloquenza. Ogni sforzo fu inutile : solo ad Antonio la pena venne ridotta da 19 a nove anni. Cesare e Domenico rimasero a Corfù. Qui entrarono in contatto con i rivoluzionari e quando i fratelli Bandiera progettarono lo sbarco in Calabria, per fomentare una sollevazione popolare contro i Borboni, i due fratelli de’Nobili, in cambio della cancellazione della pena, li denunciarono al Re. Fu così che Attilio ed Emilio Bandiera furono catturati e fucilati nel Vallone di Rovito il 25 luglio del 1844. Intanto, Rachele, privata del suo amore, chiusa nel suo dolore, decise di lasciare il palazzo. Arrivata in carrozza fino a Pizzo Calabro, si imbarcò per Napoli dove venne accolta nel convento delle “Murate vive”. E’ qui che, divenuta suora di clausura, trascorse il resto della sua vita. Il più piccolo dei fratelli, Antonio, scontata la pena, cercò di farsi perdonare da lei. Andò a trovarla – pur sapendo che era difficile vederla – ma lei rifiutò di incontrarlo. Dopo la morte di Rachele, molti giurano di aver visto una figura spettrale, vestita da suora, aggirarsi nel Palazzo de Nobili. Il suo fantasma torna nella casa paterna con la speranza di rivedere ancora quello di Saverio, ma non può più farlo perché affacciarsi alla finestra della sua stanza è impossibile, in quanto, nel frattempo, è stata murata.
GIOVANNA DE NOBILI – LA POETESSA
Alla tragica storia di Rachele fa da contraltare quella di un’altra de’ Nobili, Giovanna la poetessa. Nata a Catanzaro il 15 aprile del 1775, terzogenita, fra nove sorelle e cinque fratelli, fu figlia del barone Felice De Nobili e di donna Chiara Cavalcante di Cosenza, originaria della famiglia Cavalcante di Firenze, di duecentesca memoria. Con il sostegno della madre, sua amica e confidente, contro l’ostilità del resto della famiglia,Giovanna si avviò agli studi privatamente, non potendo in quanto donna accedere al Regio Liceo. Ebbe come insegnanti i maggiori maestri della Catanzaro del suo tempo: il letterato e poeta Salimbeni, Don Gregorio Aracri di Stalettì, filosofo e insigne matematico, Don Orazio Lupis, storico notissimo, il letterato Francesco Pontifolli di Tropea e Don Nicola Stiriti di Catanzaro, insigne letterato. Divenne così, nella Catanzaro della sua adolescenza , una delle donne più colte del suo tempo. Conoscitrice del greco, del latino, del francese, delle scienze filosofiche e matematiche, che studiò talvolta non senza danno alla salute – come ricorda Lucia Mantelli Trovato in “Cara Catanzaro” – , fu ammirata e apprezzata, da quanti frequentavano palazzo de Nobili, per l’innata arguzia, la parola “scorrevole” e “vivace”. Presentava anche saggi annuali davanti agli uomini più dotti della città o lodevoli improvvisazioni, in varie occasioni, davanti a confidenti e familiari. Non ancora ventenne era già un’apprezzata scrittrice di poesie e di novelle e, non potendo viaggiare, visti i pregiudizi e l’incertezza di quel periodo storico, in cui i primi moti insurrezionali e il brigantaggio impedivano, di fatto, anche la libertà di movimento, raggiunse i maggiori esponenti del mondo culturale e politico del suo tempo attraverso un fitto scambio epistolare, partecipando al dibattito politico e culturale con passione ed interesse. Partecipò alle varie Accademie che vivificavano la realtà culturale di quel periodo: l’Accademia Romana dell’Arcadia, che la ricevette tra i suoi componenti con il nome di Arminda Lesbiense, l’Accademia Florimontana di Monteleone, l’Accademia degli Affaticati di Tropea ed, infine, quella del Crotalo, d’ispirazione massonica, emanazione della Carboneria, sorta dopo i moti del 1820 e soppressa nel 1823 dal sospettoso governo borbonico. Alla morte del padre, avvenuta a Montalto Uffugo, abbandonò la dimora paterna per abitare nella casa De Nobili che, avendo ancora oggi l’ingresso nel vico dei Mercanti e le finestre sulla odierna piazza Grimaldi, si sporgeva su quel largo del Corso che era detto Ferdinandeo. Nella sua casa, trasformata, negli anni, prima nel modesto Albergo dei Giurati ed oggi in un Bed &Breakfast, Giovanna trascorse la sua esistenza. La decisione di abitare sola e nubile, sebbene avesse sorelle e fratelli sposati, fu determinata dal suo innato bisogno di libertà che la portò a uscire per la città senza il seguito di accompagnatori e camerieri, a sbrigare da sola le proprie commissioni; ad avere in casa , lei patrizia, una sola serva , che sostituiva sovente. La sua vita dedicata allo studio, allo scrivere poesie e, soprattutto, al ricevere amici nella sua casa, le fecero guadagnare la fama di “stramba ribelle”, “pazza”, e l’appellativo “a poetessa”. Nella sua casa trovarono ospitalità le persone più ragguardevoli e più geniali della città e non solo. Ad ossequiarla, anche solo per un saluto, si recava ogni artista, ogni scienziato, ogni autorità che giungesse a Catanzaro, anche di passaggio. Il suo salotto divenne “cenacolo” di letterati, poeti e uomini di cultura; non ultimi i membri dell’Accademia del Crotalo di Catanzaro che trovavano, così, l’occasione di poter discutere anche di politica. Giovanna rendeva quelle conversazioni desiderate e piacevoli. La maggior parte della sua ricca produzione letteraria ( sonetti, terzine, sestine, ottave, odi saffiche, canzonette, novelle, saggi in prosa), è andata perduta. Nella “Strenna pel Capodanno 1837”, da lei stampata per farne dono agli amici, in cui si firma Arminda Lesbiense, sono raccolti i suoi “Pensieri sulla mitologia”, i “Pensieri sulla poesia” ed una lettera in difesa delle signorine di provincia diretta al compilatore del giornale napoletano l’Omnibus. Ci restano numerose poesie di ispirazione religiosa e altre di ispirazione civile. Delle novelle permangono complete “La orfana della Fiumarella”, “Il seduttore del villaggio” e una terza senza titolo inserita nella “Strenna”. Sono andati perduti, invece, i suoi “Articoli sull’origine di Catanzaro e sull’assedio della città nel 1528”, pubblicati sulla rivista “La Specola” e alcuni “Studi sui saggi di Montaigne”. Giovanna è morta a Catanzaro il 25 agosto del 1847. Sepolta nella Chiesa dei cappuccini, le sue ossa riposarono qui fino a quando non vi fu la prescrizione d’interrare le salme fuori dall’abitato e dalle chiese. La madre del barone Carlo de Nobili, del ramo dei Magnacane, suo pronipote, la sotterrò, allora, nel cimitero cittadino, nella cappella gentilizia di famiglia, senza una lapide commemorativa e una sola parola che la distingua. A ricordarla a Catanzaro resta l’Istituto Magistrale, oggi Istituto d’Istruzione Superione, “Giovanna De Nobili”, a lei intitolato sin dalla nascita nel1863. Quest’anno, per iniziativa della dirigente scolastica Silvana Bordino, Giovanna “ a poetessa” è stata ricordata e omaggiata, in occasione dei 150° anni dalla fondazione dell’Istituto, all’interno di un bellissimo libro “Numero speciale 150° anniversario dell’Istituto di Istruzione Superiore – La storia le storie”, da Maria Rosaria Pedullà e Maddalena Barbieri
Fonti: “Giovanna De Nobili una donna contemporanea” di Maria Rosaria Pedullà e “Giovanna De Nobili :”a poetessa” di Maddalena Barbieri in “ Numero speciale 150° anniversario (1863 – 2013) dell’ Istituto di Istruzione Superiore “Giovanna De Nobili”- La storia le storie; “ Catanzaro – I luoghi, le persone, la storia” a cura di Sergio Dragone vol. I; “Una storia d’amore e di morte” di Lucia Mantelli Trovato in “Cara Catanzaro” a cura di Beppe Mazzocca e Antonio Panzarella; “Addio mia vita addio” di Vittorio Sorrenti, ed. La Rondine
Pubblicato il 28 novembre su Il Quotidiano della CalabriaCatanzaro_-_Palazzo_De_Nobili_vista_sinistra02

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